Un clarinetto e una pianola a fiato tra gli 842 oggetti smarriti nel mese di settembre

10 Ottobre 2019

Sono 842 in totale gli oggetti che nel mese di settembre sono stati smarriti in città e consegnati all’Ufficio oggetti rinvenuti del Comune di Bologna. Tra questi un clarinetto e una pianola a fiato nella sua custodia, che ha già ritrovato il suo proprietario. Poi, borse e zaini, ma anche gli smartphone e soprattutto i portafogli persi. I portafogli restano anche questo mese la gran parte degli oggetti che più spesso vengono restituiti, complici i dati contenuti all'interno che permettono di risalire al proprietario: in generale nel mese di agosto sono 191 gli oggetti che sono "tornati a casa" di cui 121 sono portafogli, oltre a tanti documenti, diverse borse, zaini e cellulari. 

Il proprietario, per rientrare in possesso del proprio oggetto o documento, deve presentarsi personalmente, con un documento d'identità valido, all'Ufficio che si trova in piazza Liber Paradisus 10 - Torre B - piano zero, e che è aperto il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 8.30 alle 12.30; il martedì dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 16.30 e il giovedì con orario continuato dalle 8.30 alle 16.30. Il proprietario deve fornire una descrizione dettagliata del bene e deve portare con sé l'eventuale denuncia. 
Di tutti gli oggetti smarriti viene pubblicato mensilmente un elenco a cura dell'Ufficio oggetti rinvenuti del Comune di Bologna che si occupa di tenerli in custodia per 12 mesi.
Nel caso il proprietario non si presenti per il ritiro entro 12 mesi, l'oggetto viene restituito alla persona che l'ha trovato e consegnato. Il ritrovatore ha due mesi di tempo per ritirare l’oggetto. Tutti i beni non ritirati rimangono a disposizione del Comune e potranno essere messi in vendita all'asta. Nel caso in cui l'oggetto non avesse un reale valore economico o non riuscisse ad essere venduto all'asta, questo viene donato ad associazioni che presentano dei progetti di valore sociale, didattico in tema ambientale, di riuso e di riciclo o di aggregazione.

E proprio grazie ad uno di questi progetti, un paio di occhiali francesi si anima e diventa protagonista del racconto di un studente del Liceo Enrico Fermi. Il racconto fa parte del progetto "L'og-getto che non getto. Storie di oggetti smarriti" dell'associazioni Visu-Ali a cui l'Amministrazione comunale consegna periodicamente alcuni degli oggetti non restituiti al legittimo proprietario o non rivenduti all'asta. Grazie a questa opportunità, i ragazzi delle scuole superiori bolognesi, hanno dato una seconda vita a questi oggetti, che possono così rivivere in brevi racconti.

Il racconto integrale di M. Fiore (4D Liceo Fermi)

Un paio di occhiali francesi
"Il mio nome è Max, sono un paio di occhiali da vista. Prestate attenzione, perché la mia storia non è così semplice come sembra. Era un giorno un po’ triste, uno di quelli nei quali dormire tutto il giorno sembrerebbe la cosa migliore da fare, io ero al solito negozio, aspettando che qualcuno mi notasse e che di conseguenza mi comprasse. Fu così che l’infinita noia di quella giornata fu interrotta dall’arrivo di una signora, probabilmente sulla cinquantina, bionda, alta, dall’accento francese, con un certo stile nel vestire. Molto aggraziata, ma non mi dilungherò nei dettagli fisici, perché il suo sguardo mi aveva distratto, e non ricordo nient’altro oltre a quello: sicuro, diretto, leggermente perso nei mille pensieri quotidiani. Dopo essersi guardata un po’ attorno, scelse me; in quel momento fui davvero felice, vedendo quella grande gioia nei suoi occhi nel momento dell’acquisto, sicuramente conseguenza della ricerca apparentemente interminabile di occhiali adatti al suo modo di vestire che, modestamente, io rispecchiavo a pieno. Mi sentivo fiero, la indossavo come nessun altro paio di occhiali avrebbe mai potuto fare, le conferivo una nota trasgressiva, le permettevo di distinguersi. Ma non mi sentii allo stesso modo quando mi abbandonò su una panchina all’aeroporto di Bologna. Già, era tanto felice di avermi trovato e fu capace di perdermi nel giro di un’ora. In quel momento provai una tristezza immensa, una solitudine mai sperimentata prima: ero indifferente agli occhi di tutti, nonostante avessi un aspetto più che gradevole. E la cosa peggiore era non poter parlare con nessuno, non poter urlare in modo che qualcuno si accorgesse di me. Ma ecco, un ragazzo, un universitario, si avvicinò a me, mi osservò attentamente prendendomi in mano, si fermò un secondo a pensare, come se mi avesse già visto, poi mi posò nuovamente e continuò a camminare. Avrei voluto rincorrerlo, dirgli di portarmi con lui ovunque stesse andando, quando improvvisamente si arrestò: voltandosi, tornò da me e mi mise in tasca. Ero elettrizzato, non sapevo dove stessi andando eppure mi sentivo in un film d’azione! Passata mezz’ora mi trovai in questa casa, piccola e molto disordinata, appoggiato in prossimità del davanzale, riuscendo quindi a vedere il panorama: la bella piazza in Mercanzia, fitta di persone intente ad ascoltare un artista di strada.
Intanto il giovane rovistava in alcuni suoi cassetti, perso tra gli infiniti fogli ammucchiati nei giorni e mai sistemati. Un pugno sul tavolo: vidi il ragazzo fissare una foto, gli scese una lacrima, cercai di sporgermi il più possibile, ed ecco che la riconobbi. Era una foto degli anni ottanta, io ero indossato proprio da quella signora francese che mi aveva abbandonato all’aeroporto, mentre teneva in braccio un bambino, e
ricordo che il flash nello scattarla non fu molto piacevole.
Fu allora che chiamò la madre, con moltissima rabbia, per chiederle chi fosse la donna della foto, e tra un urlo e l’altro alla fine si scoprì che era la sua vera madre, che lui cercava ormai da troppo tempo.
Preso da un insieme di sconforto e amarezza, mi mise in tasca e uscì velocemente di casa sbattendo la porta: per la prima volta avevo paura. Sentii il motore di una macchina accendersi, e dopo un po’ di tempo sentii che si fermava. Ogni tanto rivolgeva ad alta voce qualche parola a sé stesso, tentando di tranquillizzarsi da solo, ma puntualmente non ci riusciva. Lo sportello dell’auto si chiuse e scendendo da questa il giovane si mise a correre, così forte che rischiavo di cadere a terra. Si fermò, io non capivo ancora dove fossimo. Un attimo dopo mi prese tra le mani e guardandomi attorno riconobbi il deposito degli oggetti smarriti. Davanti a me una donna, quella donna, la francese, in quel posto probabilmente per cercare me. Si fissarono, e dopo alcuni secondi lui mi mostrò alla signora, con gli occhi gonfi di lacrime. Fui coinvolto in un abbraccio senza fine tra i due: madre e figlio si erano ritrovati, grazie a me".

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